S. Felino

S. Felino
La città di Arona, sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, festeggia come suoi santi patroni due coppie di martiri: Graziano e Felino, Carpoforo e Fedele. Essi sono ancora oggi i protagonisti della celebre festa del Tredicino, collegata alla presenza ad Arona delle reliquie dei quattro santi. Per comprendere il motivo dell’importanza assunta da questa ricorrenza e fare chiarezza sull’identità dei santi martiri, si deve necessariamente partire dalle notizie riportate in un documento risalente al X secolo. Secondo il racconto Graziano e Felino erano due soldati romani di stanza a Perugia, convertiti al cristianesimo e battezzati dal Vescovo della città. Durante la persecuzione dell’imperatore Decio, però, essi sarebbero stati martirizzati per non aver voluto rinnegare la loro fede e i loro corpi vennero sepolti in un terreno non lontano dal luogo del martirio. Nel 979, il conte Amizzone del Seprio, capitano al soldo dell’imperatore Ottone I, avrebbe trasferito i resti dei due santi nel comune di Arona per farne dono al monastero in costruzione che ne avrebbe poi preso il nome. Secondo alcuni studiosi, però, i due Santi andrebbero in realtà identificati con altri due martiri: Gratiliano e Felicissima. Si pensa che già al tempo di Amizzone si fosse verificato uno sdoppiamento della coppia di santi, probabilmente dovuto ad un’errata lettura o trascrizione del nome Gratiliano e della sigla Fel interpretata come Felino anziché Felicissima. Si sa, spesso tra le vite dei santi aleggia il mistero per mancanza di dati certi, lasciando così spazio alla leggenda e alla fede. La statua di Pietro Possenti realizzata nel 1812 è stata sostituita da una sua copia che oggi possiamo ammirare in cima alla guglia G68. San Felino è rappresentato come un giovane adone, secondo i dettami della scultura neoclassica del tempo: proporzionato, con il giovane volto incorniciato da una chioma di ricci. Come altre statue di martiri, anche lui è rappresentato seminudo, coperto parzialmente solo da un drappo legato in vita. Lo sguardo è rivolto verso destra mentre la rispettiva mano con ogni probabilità impugnava un oggetto che poteva essere la palma del martirio oppure una lancia.